Strada #3

In strada è in gioco tutto il lavoro sociale.
di Stefano Bertoletti

Nel 2019 in occasione del 25° anniversario della Carta di Certaldo (1994), documento che per la prima volta esplicitava la metodologia del lavoro di strada e la professionalità degli operatori. insieme a una vasta rete di organizzazioni del Terzo Settore di tutta Italia abbiamo contribuito alla costruzione di un nuovo appuntamento nazionale a Firenze che potesse ripercorrere le ragioni di Certaldo, non tanto per celebrare un anniversario, ma per ripensare il lavoro di strada a distanza di 25 anni.

Condividiamo un articolo di Stefano Bertoletti, uno dei soci storici della cooperativa, che ha saputo animare e contribuire fortemente al dibattito nel corso di questi 40 anni di esistenza di Cat. L’articolo è stato pubblicato su Animazione Sociale a maggio del 2019.

IN STRADA È IN GIOCO TUTTO IL LAVORO SOCIALE

Stefano Bertoletti

La Carta di Certaldo, redatta nel 1994 dopo un convegno di tre giorni, è considerata una tappa importante per il lavoro sociale che si è sviluppato in Italia nel mondo dei consumi di sostanze e delle marginalità. Per me che sono stato un protagonista di quell’esperienza, in qualche modo fondativa del lavoro di strada, oggi è interessante interrogarsi su quale senso può assumere 25 anni dopo.

In quel periodo non erano molte le esperienze che si definivano «di strada»; avevano un forte bisogno di confrontarsi sulle finalità dell’intervento che proponevano e sui metodi che utilizzavano per approcciare il tema della tossicodipendenza. Il lavoro fatto nel convegno del ’94 non si appiattì sui tecnicismi, sull’ingegnerizzazione del lavoro sociale» come lo definiva Mauro Croce, ma cercò di tratteggiare punti fermi su cui fosse possibile gettare basi condivise e comuni.

Tra i punti in evidenza vi era il bisogno di sottolineare la natura sociale del lavoro, limitare il rischio di un appiattimento su logiche di intervento sanitarie ed evitare mandati istituzionali troppo limitativi. A titolo di esempio, nel convegno di Certaldo si mise in discussione la tripartizione della prevenzione (primaria, secondaria e terziaria) vista come un limite, rivendicando la necessità di modulare gli interventi e gli obiettivi in modo più elastico una volta che l’intervento riusciva a «immergersi» nel territorio: territorio che andava riconosciuto e compreso, tenendo insieme culture diverse, bisogni diversi, regole differenti.

Si sottolineava che il lavoro di strada non poteva muoversi con una logica di «colonizzazione» del territorio, che non si poteva lavorare sulla strada pensando di arrivare con soluzioni preconfezionate ai bisogni degli utenti potenziali dei servizi, ma che era necessario capire i fenomeni, le persone per valorizzarne le risorse.

In questo senso emergeva in modo potente che una finalità era appunto l’empowerment dei gruppi informali e delle singole persone, piuttosto che il semplice reclutamento per un successivo invio verso i servizi istituzionali.

Si sottolineava la possibilità di apprendere dai contesti incontrati su strada, la loro ricchezza e quindi la funzione che potevano legittimamente ricoprire nell’ ottimizzare le proposte di cambiamento e di cura. Si evocava la metafora dell’esploratore, del viaggiatore e dell’antropologo che si pone in un atteggiamento di scoperta mettendosi in gioco e rispettando l’alterità delle culture con cui entra in contatto.

Si è molto insistito sulla funzione di orientamento che il lavoro di strada poteva dare ai servizi pubblici: per la conoscenza e l’aggiornamento che era in grado di offrire su un fenomeno in rapido mutamento come la diffusione di sostanze psicotrope illegali, sulle nuove modalità di assunzione che investivano il mondo dei consumi e, con la diffusione dell’Hiv, su aspetti importanti di salute pubblica, come le malattie a trasmissione sessuale.

Già in quel periodo si intravedeva la necessità di un altro posizionamento dei servizi pubblici rispetto al territorio, aprendo a soluzioni più fluide e snelle che, con molto ritardo, hanno cominciato a prendere corpo negli ultimi anni.

La riduzione del danno si è dimostrata un paradigma dinamico e accogliente capace di trasformarsi di fronte ai cambiamenti di scenario e di approfondire la conoscenza in merito alla diversificazione degli stili di consumo. Su questo è significativo il lavoro di conoscenza e di ricerca sul cosiddetto «consumo controllato», teso a valorizzare l’importanza delle risorse dei gruppi di consumatori nei loro setting naturali e la loro capacità di autoregolamentarsi, ribadendo il valore dell’intervento di cura centrato sulla persona, nel rispetto dei tempi di elaborazione di cambiamento e nel mantenimento di basse soglie di accesso ai servizi.

In tutto questo si è potuto superare vecchie rappresentazioni delle dipendenze (la logica del tunnel) e mettere in discussione il ricorso diffuso alla cosiddetta «gateway theory», scoprendo la complessità degli universi di consumo e in alcuni casi la loro normalizzazione sociale.

Insomma nel lavoro svolto a Certaldo erano contenute le premesse di molto di quello che si è sviluppato nei due decenni successivi. Il lavoro di strada in quei primi anni ha assunto un valore importante proprio come stimolo di rinnovamento e di costruzione di ambiti di innovazione nel lavoro sociale e nei contesti di consumo di droghe. Per molte organizzazioni del terzo settore è stato l’avvio di un filone di lavoro fertile e innovativo e in alcuni casi di eccellenza.

I modelli originari di lavoro di strada si sono meticciati tra loro e sono nate anche varie specializzazioni definite prevalentemente dai contesti di intervento: le strade dei consumatori di eroina, i diversi ambiti di loisir notturno (dai locali ai free party fino ai contesti di movida urbana), le aree metropolitane di marginalità, l’ambito della prostituzione e della tratta.

Si sono introdotte tecnologie diverse e setting specifici di lavoro, come le chill out area e il drug checking, sempre più necessario per fronteggiare le sfide del presente ma, purtroppo, poco diffuso in Italia per ragioni di tipo legale. Insomma un panorama ampio e ricco che però non ha ottenuto un riconoscimento sufficiente a dare stabilità e valore a quanto prodotto. 

Questo lo vediamo sul fronte del riconoscimento professionale degli operatori di strada che in origine, come compare nella Carta di Certaldo, è una tipologia professionale con una competenza elevata, molto articolata nel funzionamento di équipe, nel lavoro di gruppo e, se necessario, capace di integrare competenze nuove e  specifiche (relative all’animazione territoriale, alle professionalità artistiche e all’uso di media diversi). In questi anni abbiamo visto naufragare molti tentativi di dare corpo alla figura professionale dell’operatore sociale di strada, con i corsi di qualificazione regionali che non si tengono più e con la normativa recente che tende ad appiattire tutto attorno alla figura di educatore sanitario, al pari di altri servizi di gestione socio sanitaria.

Similmente, vediamo forti criticità anche sul piano della coprogettazione degli interventi, approccio fondante per come si vedevano le cose 25 anni fa, e attualmente messa da parte e praticabile solo al margine delle regole e dei regolamenti.

Infine, come non evidenziare le criticità relative alla riduzione dei mandati a semplice reclutamento di fasce di utenti potenziali sempre meno disponibili a utilizzare i servizi pubblici così come sono impostati, un rischio ben evidente e discusso sin dai tempi di Certaldo? E come non sentirsi allarmati quando vediamo emergere rappresentazioni semplificate dell’intervento in strada a mera funzione di controllo dello spazio pubblico «afflitto dal degrado», o a pronto soccorso sociale per non dire di un lavoro sociale ancillare a funzioni di tipo securitario?

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