Il sociologo canadese Erving Goffman, nel suo libro Stigma. L’identità negata (1963), ha spiegato come alcune persone vengano considerate “diverse” o “inferiori” a causa di caratteristiche giudicate negativamente dalla società. Lo stigma, quindi, non è una qualità della persona, ma nasce dallo sguardo sociale: è un processo di etichettamento che trasforma una semplice differenza in un marchio di discredito.
Sempre secondo Goffman, esistono tre tipi principali di stigma: fisico, legato a menomazioni o difetti corporei; morale o di carattere, riferito a comportamenti considerati devianti, come l’uso di sostanze o l’alcolismo; sociale o tribale, relativo all’appartenenza a gruppi etnici, religiosi o sessuali discriminati.
In tutti i casi, lo stigma crea un confine tra chi è ritenuto “normale” e chi è visto come “altro”, favorendo esclusione e pregiudizio.
Le persone stigmatizzate sviluppano strategie per proteggere la propria identità: nascondono lo stigma, si isolano o si adattano alle aspettative sociali. Altri trasformano l’esperienza in attivismo, sfidando le norme sociali e convertendo lo stigma in voce, visibilità, protagonismo e lotta per i diritti.
Un esempio emblematico di costruzione sociale di un’identità “negata” è lo stigma legato all’HIV/AIDS. Fin dagli anni ’80, le persone con HIV hanno subito una duplice stigmatizzazione. Da un lato, la malattia è associata a un marchio fisico, legato alla salute e alla paura del contagio. Dall’altro, è stata collegata a gruppi considerati marginali o devianti, come omosessuali, tossicodipendenti e sex workers. In questo modo, l’HIV non è stato percepito solo come una condizione medica, ma anche come una “colpa morale”.
In termini goffmaniani, questo combina stigmatizzazione del carattere e stigmatizzazione tribale: la malattia riduce la persona alla propria condizione sanitaria e la associa a un gruppo socialmente deviante. Le conseguenze sono gravi: isolamento, discriminazione sul lavoro, difficoltà di accesso alle cure e autoesclusione dai contesti sociali.
Uno degli effetti più insidiosi è l’auto-stigma. Le persone con HIV interiorizzano stereotipi e pregiudizi, arrivando a percepirsi come “sporche”, “colpevoli” o “indegne”. Questo provoca vergogna, senso di colpa, depressione e, in alcuni casi, rifiuto di cercare cure o aderire ai trattamenti con gravi conseguenze sulla salute individuale e collettiva
In conclusione, lo stigma è un costrutto sociale che trasforma differenze percepite in marchi di discredito. Nel caso dell’HIV/AIDS, le stigmatizzazioni fisica, morale e sociale hanno conseguenze profonde sulla vita delle persone colpite. L’auto-stigma amplifica questi effetti, peggiorando la qualità della vita. Comprendere lo stigma come costruzione sociale rappresenta il primo passo per spezzare queste catene invisibili, restituire dignità alle persone e garantire diritti e accesso alle cure.
È per questo che CAT ha scelto di esserci. Di esserci da sempre. Sin dai primi anni Novanta, quando parlare di HIV significava spesso parlare di paura, isolamento e silenzi, CAT ha deciso di stare accanto alle persone, investendo in prevenzione, Riduzione del Danno e advocacy. Un impegno nato dal territorio e per il territorio, con l’obiettivo di contrastare non solo il virus, ma anche lo stigma che lo alimenta.
Questo percorso ha trovato un passaggio fondamentale nel 2019, quando anche Firenze è entrata a far parte della rete internazionale delle “Fast Track City”. Oltre 300 città nel mondo condividono questa scelta: assumersi la responsabilità di accelerare la risposta all’HIV/AIDS mettendo al centro le persone, i diritti e la salute pubblica. Per Firenze, l’adesione alla rete non è stata un atto formale, ma la formalizzazione di un lavoro collettivo già in corso: un impegno condiviso tra il Comune, i servizi sanitarie le realtà del Terzo Settore che operano sul territorio.
All’interno di questo patto, CAT Cooperativa Sociale, insieme a LILA Toscana, Ambulatorio Stenone, Fondazione Solidarietà Caritas, IREOS Comunità Queer e Medici per i Diritti Umani, lavora in rete con il Comune di Firenze, la SDS di Firenze, l’Azienda USL Toscana Centro e l’Azienda Ospedaliero -Universitaria Careggi. Fast Track City è una scommessa collettiva. È la convinzione che gli obiettivi UNAIDS 95-95-95 non siano numeri astratti, ma traguardi di vita reale. Significano diagnosi precoci, cure accessibili, terapie efficaci. Significano persone che possono vivere senza paura, senza colpa, senza esclusione.
Dal 2014, CAT contribuisce a rendere questi obiettivi possibili, portando i test rapidi HIV e HCV fuori dai contesti sanitari, là dove le persone vivono, lavorano, si incontrano. Le Unità di Strada Outsiders e Vivian Love, insieme ai servizi Java e Porte Aperte, rappresentano spazi di ascolto, fiducia e accesso alle cure. Luoghi in cui la prevenzione diventa relazione, e la salute un diritto concreto.
Perché fermare l’HIV non è solo una questione sanitaria. È una scelta collettiva, fatta di consapevolezza, responsabilità e prossimità. Ed è una storia che continua, ogni giorno, nelle strade, nei servizi e nelle relazioni che costruiscono comunità più giuste e inclusive.