Nel lavoro sociale con le comunità rom, sinti e caminanti, l’evoluzione non è un processo lineare né neutro. È piuttosto il risultato di una frattura progressiva con modelli di intervento fondati sulla separazione, sulla gestione dell’emergenza e su una presunta “specificità” culturale che ha spesso giustificato pratiche discriminatorie. Per decenni, l’azione pubblica e del privato sociale si è concentrata dentro i campi: luoghi pensati come spazi temporanei e diventati nel tempo dispositivi permanenti di esclusione abitativa, educativa e simbolica.
Come evidenziato dagli studi di Luca Bravi ed Eva Rizzin, la storia delle politiche rivolte ai rom e sinti in Italia è segnata da una continuità inquietante tra segregazione scolastica e segregazione abitativa. Le classi differenziali Lacio Drom e i “campi nomadi” rispondono alla stessa logica: tenere separati, governare la distanza, trattare l’uguaglianza come un problema. In questo quadro, anche molti interventi sociali, pur animati da intenzioni inclusive, hanno finito per muoversi all’interno di un perimetro già dato, senza metterlo realmente in discussione.
L’esperienza maturata da CAT a Firenze, in particolare nei contesti dell’Olmatello e del Poderaccio, segna un passaggio decisivo. I primi interventi, centrati prevalentemente sulla scolarizzazione, sul sostegno educativo e sulla mediazione nei campi, hanno progressivamente mostrato i loro limiti: lavorare nel campo significava spesso contenere il disagio senza scalfire le condizioni strutturali che lo producevano. La svolta avviene quando il superamento dei campi viene assunto come obiettivo politico e pedagogico, non come semplice operazione di ricollocamento abitativo. Casa, scuola, servizi sanitari, orientamento e lavoro diventano ambiti ordinari di accesso, non concessioni speciali. Il focus si sposta dalla “gestione dei rom” alla trasformazione dei contesti che producono esclusione.
Progetti come il PIF – finalizzato al superamento del villaggio del Poderaccio – rappresentano questo cambio di prospettiva: l’uscita dal campo è accompagnata da un lavoro articolato sul territorio, che intreccia casa, scuola, accesso ai servizi, orientamento e costruzione di relazioni sociali ordinarie. L’intervento non è più concentrato su un luogo separato, ma si diffonde nella città, chiamando in causa scuole, servizi sociali, sanità, associazionismo e quartieri.
Parallelamente, l’evoluzione si manifesta anche sul piano educativo e culturale. Progetti come Storie nella storia e Nevo drom spostano il focus dalla prestazione al racconto, dalla presa in carico alla produzione di memoria condivisa. Dare voce alle esperienze scolastiche di rom e sinti significa smontare una narrazione emergenziale e restituire complessità a percorsi segnati tanto da esclusioni quanto da resistenze. La mostra Sinti e rom a scuola 1965–1977 e le attività di divulgazione collegate rendono evidente come l’inclusione non possa prescindere da una rilettura critica del passato.
Anche i progetti più recenti, come Tracer, Rom e Salute o le azioni di mentoring e orientamento scolastico, confermano questa traiettoria evolutiva: non interventi “per rom”, ma pratiche che attraversano i nodi strutturali della cittadinanza – educazione, salute, partecipazione, diritti – coinvolgendo attivamente le comunità e riconoscendone le competenze. Le figure di facilitazione e mediazione, sempre più centrali, non agiscono come ponti tra mondi dati e separati, ma come strumenti transitori, orientati a rendere superflua la mediazione stessa.
Come sottolinea Gilberto Scali nelle riflessioni progettuali, l’evoluzione riguarda anche il ruolo degli operatori e delle istituzioni: uscire da logiche assistenziali, rinunciare alla gestione dell’alterità e assumere il conflitto come parte del cambiamento. In questo senso, il superamento dei campi non è un punto di arrivo, ma una condizione necessaria per ripensare radicalmente le politiche di inclusione, trasformando i contesti affinché la cittadinanza non sia concessa, ma praticabile.
L’evoluzione, dunque, non è un esito pacificato. È un processo che mette in discussione assetti consolidati, ridefinisce il rapporto tra welfare e diritti e sposta il lavoro sociale dal controllo dell’alterità alla costruzione di una cittadinanza reale, non condizionata dall’appartenenza etnica.