creatività

Era il 2001 quando Cat, con  il progetto H2F, mappava la scena hip hop fiorentina dalle sue origini negli anni ‘80 ai primi del 2000. Da allora ad oggi sono tanti i pezzi musicali prodotti all’interno dei laboratori di musica realizzati nei servizi educativi di strada, nei centri giovani e nelle scuole, specchi di una società sempre più complessa e colorata e in carcere, contesto chiuso e totalizzante per antonomasia.
di Sara Corradini

Non sai cos’è la libertà finché non te l’han tolta e non sembra una occasione finchè non l’hai colta.

Marracash, Prova a prendermi, 2011

Era il 2001 quando Cat, con  il progetto H2F, mappava la scena hip hop fiorentina dalle sue origini negli anni ‘80 ai primi del 2000. Da allora ad oggi sono tanti i pezzi musicali prodotti all’interno dei laboratori di musica realizzati nei servizi educativi di strada, nei centri giovani e nelle scuole, specchi di una società sempre più complessa e colorata e in carcere, contesto chiuso e totalizzante per antonomasia. Oltre vent’anni di sperimentazione di uno strumento narrativo ed educativo con un potenziale trasformativo altissimo, capace di dare voce nei diversi contesti ai giovani ragazze e ragazze che incontriamo. Diversi contesti, ma la stessa passione per la musica, capace di dare forma al desiderio di riscatto che anima anche chi, dietro le sbarre che fanno da muro, si trova a vivere una realtà fatta di restrizioni e di tanto, tantissimo tempo da riempire, usare e trasformare.

Sbarre Mic Check è questo, è rap che diventa strumento educativo e narrativo.  Un progetto che ci ha portato a mettere in campo le nostre competenze metodologiche e musicali per dare vita ai laboratori all’interno di due Istituti Penitenziari di Firenze, il Gozzini dal 2014 e l’IPM Meucci dal 2007.Ai percorsi laboratoriali, realizzati in sinergia e collaborazione con le Direzioni e le Aree Trattamentali e con i vari operatori e operatrici che lavorano all’interno degli Istituti, partecipano in media 35-40 ragazzi ogni anno, sui quali rileviamo un’influenza positiva a più livelli: quello individuale (crescita personale, autostima) e quello sociale (lavorare in gruppo, saper aspettare e saper ascoltare, rispettando i tempi di attesa) confermando di fatto l’efficacia del rap come strumento educativo.

Stiamo vivendo un momento storico molto particolare in cui la risposta istituzionale alle fragilità sociali sembra ridursi sempre più alla logica punitiva, l’arte — ed in particolare il rap — assume un valore politico ed umano imprescindibile. L’inasprimento delle pene e l’ampliamento delle categorie criminalizzate, effetti diretti di misure come il Decreto Caivano, stanno determinando un aumento della popolazione detenuta, soprattutto nei penali minorili (vedi i rapporti dell’Associazione Antigone) dove l’affollamento è una condizione strutturale.

In questo scenario, la cultura, spesso percepita come superflua, diventa oggetto di tagli finanziari eppure, proprio dove lo spazio si restringe, l’arte allarga, restituisce spazio, parola e senso di sé e il carcere si riempie di storie personali da raccontare e far conoscere. All’interno di questa tensione, i laboratori rap diventano un presidio di umanità, libertà simbolica e di espressione narrativa.  Offrono ai detenuti — adulti e minori — la possibilità di sottrarsi per un momento alla logica disciplinare e riappropriarsi di un linguaggio vivo, popolare, immediato. Il rap, con la sua capacità di raccontare la marginalità esternando diverse emozioni diventa una forma di resistenza culturale e un atto di fiducia: un modo per costruire sicurezza vera e solida, quella che nasce dalla relazione, dall’ascolto, dalla possibilità di esprimersi e di costruire nuovi ponti di partenza verso l’esterno per una ri-connessione con la comunità ed un reinserimento sociale graduale.

 

 

 

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