solidarietà

La parola Solidarietà affonda le sue radici nel latino solidus, che significa "solido", "compatto", "intero". Non a caso, il suo significato giuridico originario faceva riferimento al concetto di obbligazione solidale, dove ogni parte rispondeva per l'intero debito o l'intera responsabilità.
di Nicoletta Zocco

La parola Solidarietà affonda le sue radici nel latino solidus, che significa “solido”, “compatto”, “intero”. Non a caso, il suo significato giuridico originario faceva riferimento al concetto di obbligazione solidale, dove ogni parte rispondeva per l’intero debito o l’intera responsabilità. Dunque etimologicamente “Solidarietà” significa piena assunzione di una responsabilità reciproca.

Nei molteplici contesti del Terzo Settore, Solidarietà è probabilmente fra i termini più utilizzati per descrivere, motivare e contestualizzare ogni intervento progettato e agito. Il suo significato, nel senso comune, è ormai sovrapponibile a quello di assistenzialismo e in  questa visione, la solidarietà diventa un gesto unidirezionale di aiuto dall’alto verso il basso, dove l’asimmetria di posizionamento tra chi aiuta (in alto) e chi è aiutato (in basso) , cristallizza ogni processo e soprattutto relega chi è in basso al ruolo statico e irreversibile di vittima.  Ma la tentazione di lasciare che il concetto di Vittima renda indistinguibile la pratica della Solidarietà attiva e quella dell’Assistenzialismo, rischia di cronicizzare e patologizzare la condizione di vulnerabilità.

Nel lavoro dell’Unità di Strada Vivian Love, questo concetto si traduce però in un capovolgimento metodologico: si abbandona la logica del soccorso unilaterale perché la decostruzione della figura sociale della vittima sia il presupposto teorico e metodologico dell’intervento stesso.  L’approccio adottato è quello della riduzione del danno (RdD), come metodologia di intervento e presupposto per la progettazione di interventi sociali.  Prassi che ci permette di operare un decentramento e vedere l’altro non come un oggetto da “salvare” o “riparare”, ma come un soggetto pienamente capace di autodeterminazione, anche in condizioni di estrema violenza. La solidarietà, in questo contesto, è la pratica che combatte la patologizzazione della povertà e della vulnerabilità.  Come sostiene l’antropologa Simona Taliani,  rifiutando di leggere la violenza o lo sfruttamento come una “colpa” o una “malattia” della donna, è possibile  concentrarsi  invece sul sistema:  non considerare il corpo in strada come un problema individuale, ma come il luogo dove si manifestano le disuguaglianze più brutali.

La solidarietà dunque non come sentimento di pìetas ma come un meccanismo di difesa collettiva contro l’oppressione sistemica. Il trauma subito dalle vittime di tratta e/o sfruttamento sessuale non come fatto individuale, ma come una violenza strutturale imposta dai rapporti di potere. Frantz Fanon, parlava della coscienza collettiva come prerequisito per  decolonizzare e decostruire l’ingiustizia. La solidarietà quindi come l’atto di ricostruire il legame sociale spezzato dalla violenza e dallo stigma, trasformando l’isolamento in forza di negoziazione. La solidarietà, in questo senso, è un’arma: l’istituzione di una relazione paritaria e non gerarchica in strada, che permette alla donna sfruttata di uscire dalla logica dell’oggetto per rientrare in quella del soggetto politico e sociale.

CAT Cooperativa Sociale, definisce solidarietà come movimento costante che ci spinge a individuare le strutture che generano lo sfruttamento, a condividere il rischio e la responsabilità del cambiamento, a supportare processi di presa di parola, perché  le donne possano non solo “essere aiutate”, ma diventare protagoniste attive del loro percorso, intendendo la solidarietà come motore etico e metodologico per riappropriarsi della propria narrativa e del proprio futuro.

In questa prospettiva la solidarietà viene intesa come patto che rende la nostra azione solida e compatta, che unisce e che non determina salvatori e salvati perché tuttə sentano la responsabilità per la costruzione di una società in cui nessuno debba pagare il debito della propria sopravvivenza con la propria libertà.  La solidarietà, in ultima analisi, come arma di riattivazione di una soggettività combattiva, l’unica capace di negoziare la propria libertà e ricostruire quel legame sociale spezzato dalla violenza e dallo stigma.

 

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