Un’enorme ricchezza ci viene consegnata quotidianamente nel nostro lavoro quotidiano: le biografie delle persone che incontriamo, frammenti di vita a volte raccontati per poter risolvere una questione, un problema, a volte come flusso, come racconto che non ha una motivazione immediatamente funzionale nel venir consegnato, che non risponde a nessuna necessità burocratica da espletare. Hanno a che fare con il prendere voce, con la possibilità di venire riconosciuti, con esercitare il potere di definire le proprie identità e prospettive e di determinare la propria collocazione nel mondo.
Per lungo tempo il racconto sulle comunità Rom, Sinti e Caminanti è stato costruito dall’esterno, attraverso categorie emergenziali, assistenziali o securitarie, che hanno prodotto rappresentazioni semplificate e stigmatizzanti, contribuendo a legittimare politiche segreganti, a partire dai campi, e pratiche educative differenziali. In questo quadro, le esperienze individuali e collettive sono rimaste ai margini del discorso pubblico, prive di riconoscimento storico e politico.
All’interno dei processi di inclusione, le narrazioni operano come dispositivi sociali che producono appartenenza o esclusione. Attraverso le narrazioni si costruiscono confini simbolici, si attribuiscono ruoli, si definisce chi può essere riconosciuto come parte legittima della comunità e chi resta ai margini. Le storie non si limitano a descrivere la realtà sociale, ma contribuiscono a costruirla, influenzando le relazioni, le aspettative e le possibilità di partecipazione nei contesti territoriali.
Quando le comunità rom e sinte prendono parola e rielaborano collettivamente le proprie storie, si attiva un processo di riconoscimento che produce effetti sul piano identitario, sociale e politico. La narrazione diventa uno spazio di negoziazione del senso, nel quale l’esperienza individuale si intreccia con la dimensione comunitaria e con il contesto storico e istituzionale, generando nuove forme di legittimazione e di presenza pubblica.
Rimettere al centro le storie significa riequilibrare i rapporti di potere nella produzione del sapere. Le narrazioni autobiografiche e collettive mettono in relazione percorsi personali e processi strutturali e rendono leggibili gli effetti dell’antiziganismo sull’istruzione, sull’abitare, sul lavoro e sulla partecipazione sociale. In questo intreccio emergono continuità e fratture tra generazioni, insieme alle strategie di adattamento, resistenza e trasformazione messe in atto dalle comunità.
Il progetto Storie nella storia si colloca in questa prospettiva, assumendo lo storytelling come pratica politica ed educativa. La raccolta di testimonianze dirette di persone rom e sinte nei territori di Firenze e Prato ha prodotto materiali di valore storico e didattico, capaci di parlare alle scuole, agli operatori sociali e ai decisori politici. Le storie raccolte restituiscono complessità ai percorsi scolastici e rendono visibili le responsabilità istituzionali nei fallimenti educativi, superando letture che attribuiscono responsabilità a presunte specificità culturali.
In questo quadro, le storie diventano uno strumento operativo dei progetti perché alimentano processi di consapevolezza, sostengono la costruzione di buone prassi e contribuiscono alla definizione di politiche inclusive fondate sull’ascolto e sul riconoscimento. Raccontare storie significa riportare le esperienze delle persone rom e sinte dentro una storia comune, plurale e condivisa, nella quale la cittadinanza si costruisce attraverso pratiche concrete di partecipazione.