sguardi

Gli sguardi sono discorsi fatti in silenzio. Lo sguardo è vedere: e a volte, non c’è cosa più bella e rassicurante che essere visti.
di Lisa Bertini, Lan Dai Phan

“Se tu mi guardi con i tuoi occhi
dai quali mi viene incontro la tenerezza
e se io guardandoti con i miei occhi
ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole,
in questo scambio silenzioso
che per entrambi è guardare e lasciarsi guardare,
in questo penetrare l’uno nell’altro
nel tempo con benevolenza,
ci è dato tessere la reciprocità di questo amore
e forse la gratuità.” (Pablo Neruda)

Gli sguardi sono discorsi fatti in silenzio. Tutto inizia da uno sguardo, non a caso, la prima fase nei progetti di lavoro di strada è quella dell’osservazione: dei luoghi, dei territori, dei gruppi, delle persone. Per l’educatorə, osservare è il primo gesto di avvicinamento, di conoscenza, di rispetto. È un atto che richiede sospensione del giudizio, ma anche consapevolezza del proprio posizionamento: nessuno sguardo è neutro, ogni osservazione è situata, attraversata dalla storia, dall’identità, dall’esperienza di chi guarda.

Nel lavoro educativo, adottare una prospettiva situata significa riconoscere che non esiste un punto di vista oggettivo o universale, ma che ogni incontro è attraversato da relazioni di potere, categorie sociali, asimmetrie visibili e invisibili. Il sapere che ne deriva è un sapere parziale, contestuale, relazionale — e proprio per questo più onesto e trasformativo.

Guardare, allora, non è solo vedere: è interrogare i propri filtri, mettere in discussione l’universalismo che si presenta come neutro ma che, in realtà, riproduce spesso un’unica prospettiva dominante — bianca, occidentale, ricca, cisgender — come se fosse quella “normale”, valida per tutte e tutti. È lo sguardo egemone che l’antropologia critica, il pensiero femminista e decoloniale ci invitano a disinnescare, per fare spazio a sguardi plurali, intersezionali, incarnati.

La pluralità degli sguardi — di chi osserva e si lascia osservare, di chi entra in relazione, media, ascolta — arricchisce e compone un racconto collettivo, dove i punti di vista divergenti non si cancellano a vicenda, ma si tengono insieme. È ciò che accade, ad esempio, nei servizi che si avvalgono della mediazione linguistico-culturale, dove le parole sono strumenti, ma gli sguardi sono ponti: lo sguardo di chi sa abitare due culture, di chi intuisce desideri, paure e aspettative prima ancora che vengano dette. In quello sguardo c’è cura, c’è riconoscimento.

E a volte, nel lavoro sociale come nella vita, non c’è gesto più potente che essere visti davvero. Non guardati da lontano, ma visti per ciò che si è: nel proprio contesto, con le proprie complessità. Perché lo sguardo che accoglie, che ascolta, che si mette in discussione, può restituire dignità prima ancora di qualsiasi parola.

 

 

 

 

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