Comunità

Un’esperienza che sa parlarci di un tema difficile e complesso che è l’integrazione tra servizio pubblico per le dipendenze e il Terzo Settore, di centralità del percorso di cura, di potere e di relazione: le comunità terapeutiche.
di Maria Stagnitta, Phan Thi Lan Dai

Il concetto di comunità è stato ampiamente esplorato da diversi filoni (sociologia, antropologia, studi culturali, filosofia politica) ed è presente nel linguaggio comune in maniera diffusa e stratificata.  Abbiamo deciso declinarne il significato riferendoci a un’ esperienza ricchissima, di lungo corso, che tanto determina nella storia dei singoli individui. Un’esperienza che sa parlarci di un tema difficile e complesso che è l’integrazione tra servizio pubblico per le dipendenze e il Terzo Settore, di centralità del percorso di cura, di potere e di relazione: le comunità terapeutiche.

Molte comunità terapeutiche sono nate nei primi anni ’80, nel periodo della Legge 685/75: in precedenza la tossicodipendenza veniva affrontata con la reclusione in carcere o in ospedale psichiatrico. Il volontariato fu il primo a riconoscere la gravità del problema e a offrire supporto, comprendendo che la vera difficoltà non era la disintossicazione in sé, ma il mantenimento nel tempo della condizione raggiunta. Con la Legge 309/90 e i suoi decreti attuativi vengono istituiti i Ser.T, quando i morti per overdose arrivarono a 1161 casi in Italia.

Tra queste, la Comunità di San Martino – oggi Centro di Prima Accoglienza – gestita dall’ Associazione Insieme, fino al 2018, quando la gestione è passata a Cat Cooperativa Sociale, dando vita ai Percorsi Insieme, cappello sotto il quale vengono gestiti San Martino, Poggiovalle e Il Pozzino, e che rende visibile la radice storica dell’esperienza, che rischiava di essere oscurata dalla fusione tra l’Associazione Insieme e Cat.  

La storia dell’Associazione Insieme viene da lontano, con la nascita nel 1982 dall’incontro tra un gruppo di volontari del Coro della Chiesa di San Marco di Firenze e alcune persone ospiti di una comunità di Cairo Montenotte appartenente al movimento francese delle Patriarche.
Un gruppo eterogeneo per provenienze e esperienze personali, ma unito dal progetto comune di dare vita ad un luogo accogliente, immerso nella campagna, dove le persone con problemi di dipendenza potessero essere accolte, lontano dagli ospedali o dalle istituzioni dell’epoca: né malati né devianti, ma persone da accompagnare nella quotidianità. Una casa in cui non c’erano né operatori né utenti: si viveva insieme, condividendo uno stile essenziale e un orizzonte di cambiamento personale e sociale.

In questa prima fase la Comunità è chiusa verso l’esterno e mantiene un atteggiamento di contrapposizione nei confronti delle Istituzioni. Dopo i primi anni emergono tensioni interne: si avverte la necessità di confrontarsi con altre esperienze e di rinnovare il modello. Nel 1985 si mette in discussione la “comunità di vita” e si tenta di introdurre una fase di reinserimento all’interno della stessa comunità, che però non ha successo.
Nasce una crisi profonda tra i fondatori: da un lato chi vuole aprirsi e confrontarsi con nuovi modelli, dall’altro chi desidera restare fedele all’impostazione originaria.
La spaccatura porta all’uscita di alcuni soci, in particolare il gruppo dei volontari fiorentini.

Un momento decisivo è stato l’incontro con il Gruppo Abele e con il CNCA e il suo Documento Programmatico, che proponeva alcuni concetti chiave, che hanno rappresentato una bussola negli anni successivi, quali centralità della persona, protagonismo, comunità aperta e propositiva verso la collettività, non accettare la delega da parte dei Servizi Pubblici e non sostituirsi ad essi, ma lavorare per l’integrazione, attenzione al territorio e alle sue risorse, sperimentazione continua.

Nel 1986 si inaugura un appartamento a Borgo San Lorenzo destinato alla fase del reinserimento.
Si cominciano a definire tempi e obiettivi. Sempre nel 1986 viene aperto il laboratorio di falegnameria Il Brutto Anatroccolo, centro diurno di accoglienza e luogo formativo e occupazionale per il reinserimento.

Gli operatori – che sino a quel momento vivevano in Comunità – iniziano a vivere per conto proprio.
Nello stesso anno la Comunità si confronta con l’HIV/AIDS, un’esperienza che segnerà profondamente la sua storia. Il prezzo pagato, fatto di sofferenze e lutti, si traduce, nel tempo, in un valore: la capacità di ripensare i propri approcci e di dare nuovo senso ai servizi e alle relazioni.

Tra il 1986 e il 1989  si avvia un importante lavoro con le Istituzioni, Servizi pubblici e realtà territoriali quali il Servizio Tossicodipendenze, il Comune, la Regione Toscana e il Sindacato.
Nel 1987 l’Associazione aderisce al C.N.C.A, nel 1988 ottiene il riconoscimento di Ente Ausiliario della Regione Toscana e stipula la prima convenzione con la USL del Mugello.
Gli operatori, molti dei quali provenienti da esperienze di dipendenza, partecipano ai corsi di formazione promossi dal C.N.C.A. , dal Gruppo Abele e, successivamente, ai corsi abilitanti alla professione promossi dalla Regione Toscana. 

Insieme al CNCA, l’Associazione partecipa attivamente al dibattito sulla riforma della Legge 685/75, voluta dall’allora Governo. Di fronte alla deriva repressiva che porterà all’approvazione del D.P.R. 309/90, l’Associazione aderisce al cartello “Educare non Punire”, promuovendo incontri pubblici e momenti di confronto. Nel 1989, insieme ad altre realtà e operatori dei servizi pubblici e della società civile, contribuisce alla fondazione della LILA Toscana, terza sede in Italia dopo Milano e Bologna.
In questi stessi anni si avviano contatti con altre comunità toscane, che porteranno alla nascita del Coordinamento Regionale C.E.A.R.T., interlocutore della Regione per le politiche sulle dipendenze.

Nei primi  anni ‘90 si accedeva in comunità già disintossicati, condizione che non tutti riuscivano a raggiungere. Partendo da questa esigenza, si lavora per l’apertura di un Centro di Accoglienza Residenziale in grado di accogliere persone che necessitano di un ambiente non medicalizzato, dove poter usufruire di un “time out” e affrontare il percorso di disintossicazione. Nel 1991 prende avvio l’esperienza del “Il Mulino”, grazie anche al prezioso contributo dell’Associazione Famiglie, costituitasi qualche anno prima.

Nel 1992 si lavora all’apertura di una “comunità gemella”, Poggio Valle, per accogliere coppie. L’anno successivo, grazie alla disponibilità di un immobile della Comunità Montana a Barberino di Mugello, il progetto diventa realtà. Il lavoro assume un ruolo sempre più centrale e porta Insieme, nel 1992, a costituire la cooperativa di tipo B Odissea, i cui soci fondatori sono gli operatori e gli utenti che hanno completato il percorso riabilitativo, unendo esperienze e competenze per continuare a costruire opportunità concrete di inserimento nel territorio. L’Associazione Insieme cresce e si arricchisce di nuovi operatori e soci provenienti dal territorio.  

L’impatto dell’HIV/AIDS fu tale da obbligare ancora una volta gli operatori a interrogarsi. Era il periodo del “toccare il fondo”, ma per molti quel fondo significava infezioni, morte, carcere.
In quegli anni il C.N.C.A. organizza spazi di approfondimento e scambio sulle pratiche di Riduzione del Danno provenienti dal Nord Europa.
Fedeli alla mission dell’accoglienza, si decide di dare vita a un centro diurno ad accesso diretto, con la finalità di accogliere persone indipendentemente dalla decisione di sospendere l’uso di sostanze.
Nel 1995, grazie alla disponibilità di un appartamento in Campo di Marte, si inaugura il centro diurno a bassa soglia Porte Aperte Aldo Tanas che, nel 1997, riceve il primo finanziamento dal Fondo Nazionale Lotta alla Droga.


Nel 1998, in collaborazione con il Ser.T. del Mugello, prende vita una casa famiglia rivolta a persone con alle spalle numerosi programmi riabilitativi. Spesso si tratta di persone sole, prive di legami familiari o punti di riferimento, con poche opportunità di reinserimento. Con questo progetto si parte dal possibile, non dall’impossibile: non si chiede di smettere subito, ma di ritrovare fiducia in sé stessi e negli altri, ricostruire relazioni e rafforzare l’autostima. L’obiettivo è migliorare la funzionalità sociale e fornire strumenti concreti per vivere nella comunità, passo dopo passo, accompagnando ciascuno verso un’autonomia possibile.

In quegli anni le equipe di lavoro si allargano ed entrano a far parte Operatori professionali, persone che venivano da percorsi accademici. 

Negli anni ’90 le comunità, riconosciute come “Enti Ausiliari del Servizio Sanitario Nazionale, iniziano a differenziarsi per modelli organizzativi e metodologie di intervento. Alcune mantengono dimensioni contenute e un approccio centrato sulla relazione e sulla condivisione, mentre altre adottano impostazioni più comportamentistiche, basate sulla centralità della regola e del programma. In questo periodo le comunità aumentano di numero e di dimensioni, trasformandosi spesso in grandi strutture residenziali, nelle quali la personalizzazione degli interventi e l’ascolto individuale vengono in parte sacrificati a favore di programmi standardizzati e sistemi sanzionatori. La forte delega istituzionale al trattamento residenziale favorisce dinamiche di autoreferenzialità, rafforzate ulteriormente dalla legge 309/90, con l’idea che la comunità potesse esaurire in sé il percorso di recupero.

Emergono però criticità significative: l’elevato numero di ricadute nel tempo, anche a distanza di anni dalla dimissione, mette in discussione l’efficacia esclusiva dello strumento comunitario, che si rivela valido ma non risolutivo per tutti. A ciò si aggiungono scandali giudiziari e finanziari che colpiscono alcune comunità di rilievo, intaccandone la credibilità e l’immagine pubblica

Parallelamente, i Ser.T. rivedono l’uso del metadone, introducendo programmi di mantenimento a medio-alto dosaggio e di lunga durata. Questi programmi si dimostrano efficaci per una parte consistente dell’utenza, migliorando la stabilità sia sul piano sanitario sia su quello socio-relazionale.

Negli anni 2000 le comunità avviano il percorso di Accreditamento Sanitario per diventare parte integrante del sistema pubblico delle dipendenze trasformandosi cosi da esperienza a servizio. Nello stesso periodo si registra una diminuzione delle presenze, dovuta sia allo scarso appeal dei percorsi residenziali sia alla riduzione delle risorse a seguito dell’aziendalizzazione delle ASL. Il progressivo invecchiamento dell’utenza e l’aumento del numero di persone con livelli medio alti di compromissione dal punto di vista socio sanitario compreso problemi di salute mentale spingono, l’Associazione Insieme a riorientare i percorsi di cura verso interventi più flessibili e personalizzati, valorizzando le risorse individuali, le reti familiari e territoriali, e rafforzando le fasi di reinserimento e di accompagnamento sul territorio e al domicilio.

Nel corso del tempo le comunità hanno svolto una molteplicità di funzioni: rassicurare la società, contenendo i comportamenti a rischio in modo più morbido rispetto al carcere; prendersi cura delle persone più fragili, fornendo supporto sociale e sostegno a chi non disponeva di reti o risorse proprie; offrire un contesto comunitario, capace di creare relazioni e legami sociali in un ambiente protetto, in cui le persone potessero sperimentare modalità di vita relazionale differenti. La complessità di queste missioni comporta elevati rischi che possono essere contrastati solo attraverso un costante impegno nella ricerca, nella sperimentazione, nell’innovazione e nel lavoro di rete e sul territorio.

 

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