legami

Ci sono parole che, più di altre, sanno raccontare un mondo intero. Per me, per noi di CAT una di queste parole è “legami”. Una parola semplice, quasi timida, ma che contiene dentro di sé un universo di connessioni, emozioni, intrecci.
di Sara Bacherini

Ci sono parole che, più di altre, sanno raccontare un mondo intero. Per me, per noi di CAT una di queste parole è “legami”. Una parola semplice, quasi timida, ma che contiene dentro di sé un universo di connessioni, emozioni, intrecci. Da anni vivo e lavoro dentro questa rete viva di relazioni, e posso dire che tutto nella cooperazione sociale nasce e si sostiene grazie ai legami: quelli forti e profondi, e quelli deboli e leggeri, ma non per questo meno preziosi.

“Legami” è una parola che si muove silenziosa ma potentissima. Sono i fili che tengono insieme persone, comunità, istituzioni e territori; i ponti che permettono di attraversare differenze e costruire fiducia. In un mondo che corre veloce, dove tutto rischia di frammentarsi, i legami sono la sostanza invisibile che impedisce alle comunità di sfilacciarsi.

Nel linguaggio della sociologia, Mark Granovetter ci ha insegnato a distinguere tra legami forti e legami deboli. I primi sono quelli intimi, basati sulla fiducia e sulla vicinanza: famiglia, amici, relazioni quotidiane che offrono stabilità e supporto emotivo. I secondi sono relazioni meno intense, più distanti, ma capaci di connettere mondi diversi: sono i ponti che permettono la circolazione di idee, informazioni e opportunità. Granovetter scriveva: “Tutti i ponti sono costituiti da legami deboli.” Ed è vero: spesso è proprio da un incontro inatteso, da una collaborazione temporanea, che nasce un cambiamento duraturo.

Nel lavoro sociale questo vale ancora di più. I legami forti ci tengono saldi, quelli deboli ci aprono. I primi ci radicano nella fiducia reciproca; i secondi ci spingono oltre, verso l’innovazione, verso il nuovo. Il nostro lavoro è fatto di legami; li costruiamo, li curiamo, li trasformiamo ogni giorno. CAT nasce nel 1985 e da allora ha attraversato territori, linguaggi, bisogni, reinventandosi costantemente. Dalla prevenzione e riduzione del danno, ai servizi educativi, dalla mediazione linguistica e culturale all’inclusione lavorativa, fino ai percorsi residenziali come “Insieme Il Pozzino” o al consultorio Persefone per donne vittime di tratta o richiedenti asilo — tutto parla di legami. Dietro ogni progetto ci sono volti, storie, connessioni. Ogni servizio della cooperativa è un luogo in cui il legame è il vero strumento di lavoro: non un accessorio, ma l’essenza stessa della cura.

CAT è fatta di persone che credono che la relazione – anche la più fragile – possa diventare trasformativa. Un incontro che apre uno spiraglio, un gesto di ascolto, un laboratorio condiviso possono diventare l’inizio di un nuovo cammino. I legami forti sono quelli che costruiscono il senso di appartenenza, l’identità comune, la coesione. Sono le relazioni tra operatori, educatori, psicologi, amministrativi, utenti, volontari: un intreccio di ruoli, storie e valori. CAT ne è piena, e forse è questo il suo segreto più profondo. Quando una persona entra in un percorso di cura, di reinserimento o di formazione, trova accanto a sé qualcuno che resta, che c’è nel tempo, che accompagna. Questi legami forti sono come radici che tengono insieme il terreno anche nei momenti più difficili: fiducia, presenza, continuità.

Nel consultorio Persefone, per esempio, la relazione tra operatrici e donne migranti parte spesso da una richiesta urgente – salute, documenti, ascolto – ma cresce in un legame di fiducia che restituisce dignità. Nel progetto “Insieme Il Pozzino”, i legami forti tra operatori e persone in percorso di reinserimento diventano un punto di riferimento quotidiano, un porto sicuro in cui ritrovare sé stessi.

Ma se i legami forti ci radicano, sono i legami deboli a farci respirare. Sono le connessioni leggere ma fertili che ci uniscono ad altri enti, istituzioni, università, associazioni, comunità civiche. Grazie a questi legami CAT è diventata una rete dinamica, un laboratorio aperto. Penso alle collaborazioni con Medu – Medici per i Diritti Umani o con Associazione Progetto Arcobaleno, o alle ricerche partecipate con università e amministrazioni locali, come quella sui villaggi rom di Firenze, o quella sullo sfruttamento lavorativo nella logistica tra Firenze e Prato. Ogni volta, questi contatti “deboli” diventano ponti: nuove conoscenze, nuove idee, nuove possibilità.

E poi ci sono i legami deboli che nascono nei centri giovani, nei laboratori artistici, nelle attività culturali in piazza. Giovani che si incontrano per caso, cittadini che partecipano a un evento, persone che si avvicinano alla cooperativa per la prima volta: relazioni leggere, magari effimere, ma capaci di generare scambi, fiducia, senso di comunità. È proprio lì che la cooperazione sociale mostra la sua forza creativa: nel mettere in connessione chi non si conosce, nel creare ponti tra chi è distante. Costruire legami, però, non è solo un gesto relazionale: è una scelta etica e politica. Nel tempo della solitudine di massa, scegliere di restare in relazione è un atto di coerenza e di coraggio. Come scriveva Albert Camus, “l’integrità non consiste nel seguire una morale imposta, ma nel rifiuto di una menzogna collettiva anche quando questa si traveste da verità.”

Nel lavoro sociale, mantenere la coerenza – anche quando è scomoda – è un modo per difendere l’autenticità dei legami, per non trasformare la relazione in retorica. Restare fedeli al valore umano dell’incontro è il modo in cui la cooperativa custodisce la propria dignità collettiva. CAT è una cooperativa che “fa rete” non come slogan, ma come pratica quotidiana. Ogni nuovo progetto, ogni percorso educativo o di inserimento lavorativo è un nodo di una trama più grande: una rete che tiene insieme pubblico, privato, sociale, istituzioni e cittadinanza attiva. È una cooperativa di legami, un soggetto relazionale che costruisce comunità. E in questo senso, ogni legame — forte o debole che sia — diventa parte dell’infrastruttura invisibile della resistenza sociale.

Scrivere di “legami” per il glossario di CAT non è, per me, un esercizio teorico. È un modo per dire grazie a tutto ciò che questa parola ha intrecciato nella mia vita. Ai colleghi e alle colleghe con cui condivido giorni intensi, agli utenti che mi hanno insegnato la resilienza, ai progetti che mi hanno fatto scoprire nuovi orizzonti. Ho imparato che i legami non si costruiscono per caso: si scelgono, si curano, si rinnovano ogni giorno. E che ogni relazione, anche la più piccola, lascia un segno nella trama comune. Perché CAT non è solo un luogo di lavoro: è una comunità viva, che intreccia storie, ascolta differenze, trasforma difficoltà in possibilità. È una cooperativa che tesse relazioni come fili d’oro — invisibili ma resistenti — tra persone, territori e sogni condivisi.

 

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