ponti

C’era un ponte. Un semplice ponte, direbbero gli altri. Ma per me era molto di più.
di Razija Rufat

Il Ponte è un testo di una giovane donna, mediatrice linguistico culturale, che vive in Italia, a Firenze dall’età di 5 anni. Ha frequentato i corsi di italiano e aiuto compiti che la cooperativa portava avanti all’interno delle scuole della zona dell’Isolotto e la sua curiosità e voglia di crescere e mettersi a disposizione di persone che affrontano le difficoltà di inserirsi in una nuova comunità e di impare una nuova lingua l’hanno portata a diventare mediatrice linguistico-culturale e a collaborare con Cat in numerosi progetti.

Questo testo è un regalo prezioso, grazie Arza.

C’era un ponte.
Un semplice ponte, direbbero gli altri.
Ma per me era molto di più.
Era il confine tra due mondi.
Due realtà che sembravano non potersi toccare.
Da una parte la città — il lavoro, le persone, la normalità che cercavo di costruire.
Dall’altra, il campo, la mia comunità, le mie radici.
E quella voce costante che mi diceva chi dovevo essere, come dovevo parlare, camminare, vestirmi.

Ogni volta che attraversavo quel ponte, mi sentivo divisa.
Come se metà di me restasse indietro e l’altra non sapesse bene dove andare.
Mi chiedevo: dove appartengo davvero?
Forse… da nessuna parte.
O forse da entrambe.

Col tempo ho capito che non dovevo scegliere.
Che non c’era un solo modo di essere me.
Che la mia libertà stava proprio lì, nel tenere insieme i pezzi, anche quelli che gli altri non capivano.
Mi adattavo, sempre.
La voce cambiava, i gesti, perfino lo sguardo.
Ogni attraversamento era una trasformazione silenziosa.
Eppure, a cinquecento metri da casa mia, quando lo superavo, succedeva qualcosa.
L’aria diventava più leggera.Ogni respiro era un piccolo atto di libertà.
Perché quel ponte, per me, non era solo cemento e ferro.
Era un simbolo.
Era la mia frontiera, il mio specchio.
Il mio stato d’animo cambiava a seconda della direzione.
Se uscivo dal campo, sentivo gli sguardi perplessi di chi passava in macchina,
come se non capissero cosa ci facesse lì una ragazza come me
— semplice, vestita in modo normale, senza le gonne lunghe che si aspettavano di vedere.

E quando tornavo indietro, era lo stesso ma al contrario.
Clacson, fischi, parole taglienti.
Come se la mia sola presenza, lì, fosse un errore da correggere.
Per anni ho vissuto così.
Con il fiato corto.
Con il cuore sospeso a metà strada tra due rive.
E ogni volta che attraversavo quel ponte, mi sembrava di perdere un pezzo di me.
Solo quando chiudevo la porta di casa…
solo lì…
finalmente respiravo davvero.

 

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