città

Ci appartiene una visione di città plurale, che si costruisce nell’interazione di dinamiche e forze multiple. Il nostro punto di vista si costruisce in più di 30 anni di servizi di bassa soglia o di  prossimità, definizione quest’ultima che mette l’accento sullo spazio di vicinanza e non sulla necessità di abbassare gradini per molti altrimenti inaffrontabili.
di Claudio Cippitelli, Phan Thi Lan Dai

Ci appartiene una visione di città plurale, che si costruisce nell’interazione di dinamiche e forze multiple. Il nostro punto di vista si costruisce in più di 30 anni di servizi di bassa soglia o di  prossimità, definizione quest’ultima che mette l’accento sullo spazio di vicinanza e non sulla necessità di abbassare gradini per molti altrimenti inaffrontabili.

Unità di strada, drop in, centri intermedi, rappresentano una strategia di elezione che ci permette di leggere le dinamiche sociali e i cambiamenti negli spazi urbani in tempo reale, che ha il ruolo di emersione e tutela delle differenze tra i vari segmenti sociali e tra le diverse modalità di vivero lo spazio urbano. Differenze determinate non solo da diverse concezioni teoriche rispetto agli usi dello spazio, ma spesso dalla differenti possibilità di esigere diritti di cittadinanza universali da parte di popolazioni che hanno per ragioni molteplici il destino dell’invisibilità.

I servizi di prossimità cercano di erodere i muri che si creano attorno a questa parte di popolazione, muri che a nostro avviso generano insicurezza e percezione di essa all’interno della città. Per raccontare questa visione di spazio urbano abbiamo nel 2017 organizzato “Differenze in Comune”, un dialogo tra sociale, politica e esperti di urbanistica. Vi lasciamo con l’intervento di Claudio Cippitelli, amico e collega di lunga data.

“Dove comincia Firenze, dove finisce una città”. 

Per questo convegno ho chiesto ad alcuni amici che fanno anche lavoro sociale di identificare Firenze, ma anche Roma, con un film. La prima cosa che viene in mente è Camera con vista. Per quanto riguarda Roma, quando dice bene, La grande bellezza; quando dice male, Vacanze romane. Questo ci dice che le città che abitiamo, nel nostro immaginario, continuano ad essere delle quinte dove si svolge o il Grand Tour ottocentesco o, nel caso romano, i fasti della borghesia. In verità, per capire che cos’è una città — la città dove noi lavoriamo, dove gran parte del lavoro sociale nasce, si sviluppa, si radica e un po’ muore, se continua così — dobbiamo avere in mente altri approcci, anche cinematografici.

Per Firenze ve ne propongo un paio. Uno è un film di Bolognini che si chiama La viaccia, un film in costume con Belmondo, Claudia Cardinale e Pietro Germi, che racconta una Firenze dell’inizio del secolo scorso e ci fa comprendere bene che cos’è una città e cos’era rispetto alla campagna. Avevamo il privilegio di vedere una città conclusa, chiusa, nella quale si entrava. Questo film ci narra due cose: una città conclusa e il fatto che, come in ogni città, ciò che muove le persone, costruisce relazioni e le può anche rovinare è il desiderio. Il desiderio è ciò su cui lavoriamo noi che facciamo lavoro sociale: senza desiderio il nostro lavoro non ha senso. E vedremo come, al contrario, veniamo tematizzati da chi ci paga, da chi mette le risorse per le nostre attività.

È possibile concepire le città — in generale, ma Firenze nello specifico — senza considerarle all’interno di un network? È impossibile pensare Firenze oggi senza l’alta velocità. È possibile pensare questa città senza la connessione con Bologna e Roma? Le persone che arrivano a Santa Maria Novella — che è il punto di accesso principale — oggi cosa rappresentano? Per gli amministratori il confine di Firenze è un confine di mandato: laddove finisce il loro mandato, finisce Firenze. Ma per le persone che abitano Firenze qual è il confine? Dov’è che la loro memoria, il loro passato, la loro biografia nasce, si sviluppa e continua a riprodursi? È molto diverso da ciò che viene banalmente tematizzato da un amministratore.

Un tempo la città, come dice Benevolo, poneva il senso del limite: essere “in città” era diverso dall’essere in campagna. E il nostro lavoro, il lavoro sociale, sostanzialmente non esisteva. È solo quando saltano queste differenziazioni, quando salta il confine, che nasce e si sviluppa il lavoro sociale. Oggi, come continua a dire Benevolo, stiamo andando verso un futuro in cui avremo sempre più difficoltà a riportare su una mappa le trasformazioni urbane. La nostra capacità di orientarci entra in crisi. Le città contemporanee finiscono per essere indistinguibili dal territorio circostante.

Un altro film ci aiuta a comprenderlo, forse un po’ sottovalutato: Berlinguer ti voglio bene. La scena è la costruzione di una Prato in espansione, con una classe operaia che si sta trasformando, che esprime desideri molteplici, che non è più classe in senso tradizionale, ma qualcos’altro. E soprattutto si muove su uno scenario indistinguibile dal territorio circostante. Quando Benigni e compagni sono su quel terrazzo e parlano di Berlinguer, quella periferia è una qualunque periferia di una qualunque nuova città italiana.

Se la città è un sistema lineare, a densità variabile di aree urbane, gli amministratori dovrebbero porsi un problema. Prima Bertoletti diceva giustamente: i nostri progetti e i nostri servizi non rimbalzano sui confini proposti dalle amministrazioni; sarebbe assurdo. Il progetto Nautilus, che è romano e simile a Extreme, segue i ragazzi anche a Siena, anche in campagna, perché il progetto si rivolge alle persone, non ai confini amministrativi della città di Roma. A trovarli, poi, questi confini amministrativi. Abbiamo allora città sconfinate, senza margini, dove non si rintraccia più un centro o una periferia, ma diverse centralità in varie location — un termine che vorrei eliminare dal nostro vocabolario: “luogo” ha perso significato, l’ambientazione è diventata location. In questo scenario, i cittadini fanno fatica a trovare un ruolo, anche solo da comparse. E cosa accade nello sprawl urbano? Chi non ha un luogo sono le persone che un tempo stavano sul confine — su quel confine si è attivato il lavoro sociale. Io, a tredici anni, andavo all’Acquedotto Felice, dove c’erano le baracche: era il confine di Roma. Oggi all’Acquedotto Felice c’è il food & beverage. Le persone che un tempo erano marginali sono oggi dentro la città, dentro muri che soltanto il lavoro sociale riesce a individuare. Ed è questo il primo ruolo che abbiamo, e che non ci viene riconosciuto: siamo quelli che monitorano la realtà e leggono i segnali deboli dei fenomeni su cui ci viene chiesto di intervenire.

Viviamo una gigantesca suburbanizzazione, di cui parla bene Ballard: una suburbanizzazione dell’anima, che ha devastato il pianeta come una peste. Guardiamo Firenze: per preparare questo intervento ho guardato una mappa satellitare della città. Ho visto un’indifferenza urbana, una teoria di costruzioni che saldano Santa Maria del Fiore a Sesto Fiorentino e all’Osmannoro, questi ultimi a Campi Bisenzio e Calenzano, e poi a due passi da Prato, che con Agliana e Fornacelle non distano nulla da Pistoia. E poi la direttrice Isolotto–Scandicci–Lastra a Signa–Signa.

È su questo che dovremmo essere chiamati a lavorare con le amministrazioni: sui Terrains Vagues, questi spazi infiniti e invisibili, dove si concentrano molti fenomeni che allarmano gli amministratori. Spazi vuoti, lasciati per miracolo della rendita al loro destino, spesso considerati “indecorosi”. Decoro è un altro termine agghiacciante. In verità, è solo in questi luoghi che troviamo spazi di cittadinanza per persone che altrimenti non avrebbero nulla: non avrebbero nemmeno il minimo dei diritti costituzionali, a partire dal diritto all’abitazione.

Sono gli ultimi spazi conquistabili, che noi che facciamo lavoro sociale difendiamo con le unghie e con i denti, perché lì i desideri individuali e collettivi costruiscono possibilità: centri sociali, accoglienza per migranti, orti urbani. Ed è lì che uomini respinti e confinati ai margini come indesiderabili ritrovano una forma di cittadinanza. Una cittadinanza che non può svilupparsi nelle metropoli italiane, perché quello che era lo spazio pubblico per eccellenza è stato privatizzato. Nella mia città, Campo de’ Fiori, una delle piazze più belle, è diventata una location del food & beverage. Non c’è un centimetro che non sia commerciale. Lo spazio “abitabile” è il piedistallo del Giordano Bruno.

Se ci sono sempre meno spazi pubblici, cosa accade? Che l’idea stessa di pubblico si affievolisce, e nella mente del cittadino la privatizzazione diventa un diritto. Qualcuno compra trenta metri quadri a Piazza Navona e pretende di dettare ritmi e tempi. È uno spazio che un tempo era pubblico, oggi privatizzato, e chi lo abita si sente autorizzato a comandarlo. Come non pensare a Italo Calvino, nella presentazione delle Città invisibili: le città sono un insieme di memoria, desideri, segni, linguaggi. Luoghi di scambio non solo di merci, ma di parole, di desideri, di ricordi. Ancora una volta la parola “desiderio”, e non è un caso. Si è pienamente cittadini se si ha diritto al desiderio: se si percepisce che la città ci considera soggetti desiderati, non marginali, non trascurabili.

Amendola dice che è urgente affiancare il concetto di desiderio a quello di orientamento e di bisogno, con pari dignità nel pensiero e nella pratica. Il bisogno è centrato sulla risposta (“riparateci le buche!”); il desiderio è centrato sulla domanda. Quando non voglio la monnezza davanti casa, esprimo un bisogno o un desiderio? È un desiderio: il desiderio della città come la immagino, della possibilità di viverla. Calvino scrive: è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o quelle infelici. Il senso non è dividere così le città, ma tra quelle che continuano a dare forma ai desideri e quelle in cui i desideri cancellano la città o ne vengono cancellati. Viviamo esattamente su questo crinale: la rendita e il capitale hanno come desiderio cancellare tutti gli altri desideri. La diversità della città viene annientata da un’unica volontà.

Qual è allora il ruolo del lavoro sociale nella città, la cosa umana per eccellenza? Come diceva Lévi-Strauss, è prima di tutto un lavoro di monitoraggio delle esigibilità dei diritti costituzionali, che sono alla base della piena cittadinanza, offrendo le premesse per rimuovere le cause che ne ostacolano la realizzazione. È ciò che fanno le nostre strutture: guardiamo la città laddove i diritti vengono negati. Il lavoro sociale non deve occuparsi di emergenze, che spesso sono tali per chi confonde la complessità urbana con la complicazione, riducendo tutto a attività semplici, fordisticamente contabili: prendo il vecchio, giro il vecchio, pulisco il vecchio, rimetto a posto. Non ha senso.

Noi lavoriamo nella complessità. Chi vuole ridurre questo fa danni. La missione del lavoro sociale deve essere piuttosto scavalcare i muri che escludono, che selezionano e legittimano alcuni desideri e ne escludono altri. Ci vorrebbero come persone che lavorano sui “bisognosi”; noi lavoriamo invece con uomini e donne desiderosi di essere considerati desiderabili. Se si prescinde dal desiderio, la città avrà come destino quello di diventare un diffuso sistema di stoccaggio della merce — compresa la merce umana.

 

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